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Contanti: le nuove regole

24/10/2019

Contanti: le nuove regole

Limitare l’uso del contante ai fini della tracciabilità delle operazioni così da ostacolare l’evasione fiscale. Questo è l’obiettivo che il Governo si propone di raggiungere attraverso una serie di nuove norme per l’utilizzo del denaro contante che disciplinano anche gli obblighi di comunicazione alla Banca d’Italia e ai database del Fisco.

Per esempio, a partire dallo scorso mese di settembre, le banche, le Poste e gli istituti di pagamento dovranno inviare, con cadenza mensile, comunicazioni riguardanti le operazioni in contante di importo pari o superiore a 10mila euro eseguite nel corso del mese solare, anche se relative a singole operazioni pari o superiori a 1.000 euro. Verranno considerati movimenti di denaro effettuati dal medesimo soggetto, anche relativi a più conti allo stesso intestati. 

Cosa cambierà

Attualmente, il limite all’uso dei contanti posto dalla normativa sulla tracciabilità dei pagamenti è di 3.000 euro, ad eccezione del money transfer, fermo al limite dei 1.000 euro. Ciò significa che per trasferire denaro superiore a 3mila euro a un altro soggetto, persona o azienda, sarà necessario usare strumenti tracciabili (bonifico bancario, carta di credito, ecc.). Dallo scorso mese di luglio anche gli stipendi non possono più essere saldati in contanti e sia le detrazioni sui lavori in casa sia le donazioni alle Onlus escludono le erogazioni in contanti. 

Inoltre, i dati relativi alle operazioni per cui sono stati superati i limiti all’uso dei contanti, pari a 10mila euro mensili e 1.000 euro per operazione, saranno condivisi dall’UIF (Unità di informazione finanziaria per l’Italia) con la Guardia di Finanza. Questa nuova fase di controlli sull’uso e sul rispetto dei limiti dei pagamenti in contanti si inserisce in un quadro ben più ampio, volto ad incentivare la tracciabilità dei movimenti di denaro, nonché al complesso processo di digitalizzazione del Fisco che comprende fatture e scontrini elettronici. 

Focus sulle carte di pagamento

Non a caso, tra le varie novità previste dalla Legge di Bilancio 2020 vi è anche quella di eliminare i costi per le transazioni tramite POS, qualunque sia l’importo (quindi anche minimo) in modo da rendere meno gravosi per negozianti, professionisti ed imprese i pagamenti effettuati dai clienti a mezzo bancomat. Quel che si vuole ottenere, dunque, è una progressiva contrazione dell’utilizzo di denaro liquido in favore di pagamenti effettuati con carte di credito, una sorta di rivoluzione per il nostro Paese, ma soprattutto, nelle intenzioni del Governo, una leva finalmente efficace per contrastare l’evasione fiscale che, anno dopo anno, si attesta su cifre record.

Il taglio dei costi per le operazioni di spesa effettuate tramite carta dovrebbe rimuovere uno dei principali ostacoli alla diffusione delle pagamenti elettronici. In Italia non mancano infatti i POS, ma il denaro contante resta ancora la prima scelta dei consumatori. Una situazione confermata anche dai dati forniti dall’osservatorio Community cashless society: secondo quanto rilevato da questa piattaforma, negli ultimi cinque anni i dispositivi POS, in Italia, sono cresciuti del 5,1%, un tasso pari a quello della Germania e addirittura maggiore rispetto a quelli di Francia, Spagna, Regno Unito (la media Ue è 3,5%). Nonostante ciò, i pagamenti con carta sono ancora una ventina di miliardi sotto rispetto ai 198 miliardi di contante.

Controlli antievasione

Al di là delle manifeste buone intenzioni che guidano il cambiamento in atto, va detto che un disegno di questo genere deve essere razionalizzato al meglio per poter dare qualche frutto concreto. Oltre a ciò, è bene non illudersi che misure di questo genere, non importa quanto stringenti siano, possano da sole, fermare evasori fiscali e riciclatori di denaro sporco. Certo, una significativa riduzione di utilizzo del contante a vantaggio di sistemi di pagamento trasparenti renderà loro la vita più difficile, ma per scovare e neutralizzare chi opera in modo fraudolento restano indispensabili controlli e indagini, magari innescati proprio dalle analisi dei database pubblici alimentati dai pagamenti tracciati.

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A cura di: Francesca Papapietro

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